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Litigare sul deficit con la Ue non servirà a far ripartire l’Italia

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La disputa tra Italia e la Commissione Ue

per consentire al “bel paese” di sforare di uno 0,1% in più o in meno di deficit/Pil ha davvero un aspetto surrele, non solo perché avviene a fronte di uno sforamento già esistente dell’11,1% di deficit/Pil, ovvero di 180 miliardi contro i 2 miliardi di “margine di manovra” si cui si discute, ma soprattutto perché non sposta di una virgola il problema di fondo di questo paese, una economia che cresce (per motivi spiegati ampiamente da Amundi in questi giorni) troppo poco.

Nel concreto, con un rapporto debito/Pil già ora attorno al 133%, e una pressione fiscale attorno al 50% reale, l’unico modo di allontanare il timore di un futuro default sui titoli di stato, timore che assieme alla stessa previsione di minore crescita futura spiega come mai nonostante tutto resti uno spread tra titoli di stato italiani e tedeschi (al momento pari all’1,5% di maggior rendimento annuo sui titoli decennali) è quello di registrare una crescita nominale del Pil superiore alla crescita nominale del debito pubblico.

Il debito cresce per due ragioni: per l’interesse che il debitore (lo stato) paga sui titoli di debito emessi e per l’eccedenza della spesa pubblica rispetto alle risorse a disposizione, ossia per il deficit, che nella versione più “corretta” per capire il trend sottostante andrebbe calcolato come deficit strutturale (ossia corretto per gli effetti del ciclo economico sulle componenti di bilancio oltre che per gli effetti delle misure “una tantum”, che influiscono solo temporaneamente sull’andamento del disavanzo stesso).

Se l’economia non cresce o cresce poco le risorse a disposizione dello stato per effettuare la spesa pubblica (sostanzialmente le entrate fiscali, più eventuali proventi da privatizzazioni) non bastano a coprire la spesa stessa, generando tendenzialmente nuovo deficit, destinato ad alimentare ulteriormente il debito.

Ora: il debito, pari a circa 2.185 miliardi di euro a fine agosto, attualmente cresce, a causa degli interessi pagati sullo stesso, ad un tasso marginale dello 0,725%, ossia lo stato per emettere nuovo debito paga lo 0,725%, valore che rappresenta una media tra tutti i tassi, da quelli sui Bot (su cui al momento i tassi sono mediamente pari a -0,308%) a quelli sui Btp a lunghissima scadenza (per durate superiori ai 20 anni al momento lo stato paga il 2,167%).

Il costo medio del debito pubblico è però più elevato, perché sui titoli emessi in passato si continuano a pagare cedole più pesanti) e tuttora attorno al 3,5%, essendo i pagamenti per interessi risultati pari a circa 49 miliardi nei primi otto mesi dell’anno; pertanto se la crescita nominale del Pil (ossia calcolata tenendo conto dell’inflazione) non raggiungerà questo livello, o quanto meno non ci si avvicinerà, il debito/Pil continuerà allegramente, ma non troppo, a salire.

L’inflazione “di fondo”, per contro, a fine agosto viaggiava attorno a +0,5%, il Pil 2016 secondo il Fondo monetario internazionale salirà dello 0,8% (e secondo Amundi potrebbe raggiungere il +1% l’anno venturo). Anche sommando in modo brutale (e poco corretto metodologicamente) l’inflazione al Pil, è già tanto se si arriverà quest’anno e il prossimo ad un +1,5%/+2%.

Nel frattempo tutti gli altri concorrenti diretti dell’Italia registreranno tassi di crescita migliori e/o inflazione maggiore e potranno pertanto, ove volessero, ottenere “margini di manovra” superiori anche in termini di deficit, apparendo evidente che il loro debito è più sostenibile a lungo termine di quello italiano.

Per riuscire a far ripartire il Pil nominale occorre o sperare in una “fiammata” inflazionistica (come sembrano sperare i fautori dell’uscita dall’euro senza se e senza ma), che però si rifletterebbe per quanto con un qualche ritardo in rendimenti nuovamente in rialzo e dunque in un rialzo del costo sul debito, o si aumenta la produttività delle imprese e della pubblica amministrazione.

Le imprese e i lavoratori hanno già dato ampiamente, pesando sul reddito disponibile di molte famiglie (cosa che, ceteris paribus, ha un costo in termini di minori consumi potenziali), l’efficientamento dovrebbe dunque passare da una riduzione e miglioramento della spesa pubblica. Ma le resistenze sono forti, fortissime, anche perché la spesa pubblica è strutturata “male” da decenni.

Vi è infatti un forte squilibrio verso il pagamento di stipendi e soprattutto pensioni (e prestazioni sanitarie), la cosiddetta spesa corrente, rispetto alla spesa per investimenti (più o meno produttivi). Così il cane torna a mordersi la coda: se non ridurremo la spesa improduttiva, soprattutto pubblica, non potremo sperare di veder crescere nuovamente, dopo 15 anni di crescita virtualmente nulla, il Pil italiano.

Ma se non cresce il Pil o si esce dall’euro e si accetta di far pagare il conto a famiglie e imprese che non possono esportare, lavorare per commesse estere e/o non sono disposte o in grado di emigrare, o si taglia comunque una parte della spesa pubblica per poter ridurre la crescita del debito. Terziur non datur.

A meno di non credere, o non dover far credere per motivi banalmente elettorali, in “miracoli” del settore privato a compensazione di ulteriori sottoperformance di quello pubblico, con buona pace di tutte le dispute sulla strategicità di battere i pugni sul tavolo per ottenere l’ennesimo “sforamento” per una cifra equivalente a un cecio e due fave, da consumare al termine di un pranzo di nozze.

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