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La crisi bancaria sta facendo male ai clienti delle banche sane

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Quanto costerà alle banche “sane”, ovvero ai loro clienti

, tenere in vita banche “decotte” come le quattro “good bank”, che tanto buone non devono essere se da dicembre scorso ad oggi ancora nessuna offerta è stata ritenuta idonea? Proviamo a fare il classico conto della serva: salvare le quattro banche “risolte” a fine 2015 è costato 2,3 miliardi attraverso il Fondo interbancario di tutela dei depositi, più altri 250 milioni per rifondere “a furor di popolo” gli obbligazionisti subordinati.

Vi sono poi stati 1,4 miliardi di contributi al Fondo unico di risoluzione e i 700 milioni di versamenti “volontari” al Fondo interbancario, e circa 2,5 miliardi (dei 4,4 miliardi di raccolta complessiva) versati in Atlante per intervenire nelle crisi di BpVi, Veneto Banca e rilevare, entro fine anno, la tranche “senior mezzanine” della cartolarizzazione delle sofferenze di Mps (che da sola impegnerà 1,6 miliardi dei 9,1 miliardi che l’istituto senese spera di raccogliere attraverso l’operazione).

Il totale fa 7,15 miliardi di euro, cui vanno aggiunti 335 milioni versati dalle banche popolari per mettere in sicurezza istituti commissariati, arrivando a circa 7,5 miliardi. A questi secondo i calcoli del Sole 24 Ore si deve aggiungere quasi un altro miliardo di maggiori costi anni sulla raccolta e per adeguare la governante. Da dove proverranno simili cifre? In prima battuta dagli utili di bilancio, che infatti continuano a latitare: le prime 10 banche italiane avrebbero realizzato tra il 2015 e la prima metà del 2016 circa 8,3 miliardi di utile se non avessero dovuto spesare i costi di cui sopra e ulteriori accantonamenti per abbattere il valore delle sofferenze lorde in bilancio.

Ma con 84,66 miliardi di euro di sofferenze nette in bilancio a fine settembre è evidente che occorrerebbe circa un decennio, sempre che la ripresa economica tenga, per “pulire” completamente il sistema delle sue sofferenze rinunciando semplicemente agli utili. Inverosimile ed inevitabile pertanto pensare che in parte i costi ricadranno sulla clientela delle banche sane, non solo sui loro azionisti, come effettivamente sta già avvenendo.

Secondo l’Abi a fine settembre il totale dei depositi bancari italiani valeva quasi 1.330 miliardi di euro (43 miliardi in più di un anno prima, segno che la crisi non ha scalfito la fiducia nel sistema bancario nel suo complesso). Visto che esistono in Italia oltre 40 milioni di depositi, se i 7,5 miliardi di euro di contributi finora versati fossero stati spalmati omogeneamente sulla clientela si sarebbe registrato un incremento di circa 187 euro per ciascun rapporto.

In realtà secondo alcuni calcoli le banche sembrano aver preferito procedere con maggior prudenza: l’Indicatore sintetico di costo annuo elaborato da Corriere Economia per quanto riguarda le prime dieci banche italiane, ossia il costo medio stimabile per tali istituti, è salito a 137 euro a fine settembre rispetto ai 127,5 di fine 2015. Questi 9,5 euro di maggiori costi per ciascun deposito equivalgono a poco meno di 400 milioni di costi trasferiti dalle banche ai loro clienti, ossia a poco più del 5% del costo sostenuto.

Sembrerebbe un costo più che accettabile, eppure rappresenta al tempo stesso un incremento del 7,45% in nove mesi dei costi medi, rispetto a un’inflazione che resta nulla e a rendimenti dei titoli di stato che restano negativi per i Bot e inferiori all’1% per tutti i titoli di stato di durata inferiore a 8 anni.

Peggio sarebbe, poi, se per cercare di recuperare una redditività che pure è storicamente modesta (perché il settore del credito bancario è maturo e cercare di accrescere la propria quota di mercato significa dover offrire servizi a costi inferiori o prodotti con rendimenti più elevati della concorrenza, cosa che a sua volta contribuisce a far crescere i costi operativi di un istituto), le banche continuassero a incrementare progressivamente i costi dei loro servizi fino a recuperare integralmente o quasi i contributi versati per salvare il salvabile delle concorrenti meno robuste. Il rischio, in un paese abituato a privatizzare gli utili e mutualizzare le perdite e che vede la concorrenza come una “farina del demonio” esiste, purtroppo.

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